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LE TENTAZIONI DI BLAIR

di Maurizio Arseni

 

Tony Blair









































 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 





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Con un giorno di ritardo rispetto alla data prevista a causa dei funerali del Papa, Tony Blair ha chiesto ufficialmente alla regina di sciogliere le Camere, annunciando - come da tempo nell’aria - che le prossime elezioni politiche si terranno il prossimo 5 Maggio.

Nonostante il governo possa restare in carica cinque anni, è ormai consuetudine che le elezioni si tengano all’inizio di maggio durante il quarto anno di mandato.

Blair, che in caso di vittoria diventerebbe l’unico Primo ministro laburista della storia a rimanere in carica per tre mandati, ha da subito esortato i suoi a combattere per “ogni singolo voto” soprattutto per mantenere o incrementare quei 161 seggi di vantaggio sui conservatori che gli garantirebbero stabilità e rafforzerebbero la sua leadership.  

Diversi commentatori prevedono una vittoria sul filo di lana - cosa che non avveniva dal 1992 quando i conservatori ebbero la meglio sui laburisti per una manciata di voti – a causa   dell’appoggio dato agli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq, decisione  che potrebbe aver alienato le simpatie della corrente pacifista della base.

La strategia di Blair per vincere queste elezioni sarà quella di rinnovare la promessa di  “continuare con i progressi economici fatti finora evitando di tornare alle fallimentari politiche economiche del passato, soprattutto nel settore dei servizi pubblici” e di ricordare al Paese i successi ottenuti durante gli otto anni al governo.

Oltre ai programmi, gli elettori valuteranno con attenzione il ruolo del ministro delle Finanze Gordon Brown che non ha mai nascosto la sua ambizione di succedere a Blair alla guida del partito o addirittura - in caso di vittoria di misura – di diventare Primo ministro negli ultimi due anni di mandato. Blair ha comunque dato a Brown un ruolo chiave in tutta la campagna elettorale, un modo per premiarlo per i risultati ottenuti come ministro delle Finanze.

 

Il ruolo dei conservatori

Negli ultimi otto anni di opposizione, i conservatori non hanno mai rappresentato una vera e propria alternativa. Forse ancora scossi dalla batosta elettorale del 1997, dopo diciotto anni di dominio incontrastato, hanno visto il proprio consenso improvvisamente sgretolarsi. Il partito ha scelto due personaggi piuttosto grigi e di poco carisma come William Hague e Iain Duncan Smith. Nessuno dei due è riuscito a generare consensi e conquistare nuovi elettori, anzi, sono stati eclissati dal carisma telegenico di Blair. Inoltre il partito ha incontrato difficoltà a differenziare le proprie politiche da quelle dei laburisti accusando addirittura Blair di copiare i loro programmi.

Ultimamente, però, il vento sembra cambiato. Fin dalla scelta di Michael Howard come leader, il partito è diventato più pugnace e fiducioso, e i ricordi dei bei tempi in cui dominavano la scena politica sono ritornati in mente a molti più cittadini. Howard ha sapientemente messo in evidenza le falle nell’operato di Blair, come i problemi con l’immigrazione o nel sistema sanitario, e nel contempo ha perfezionato il proprio appeal in televisione.

La decisione presa dai laburisti di bandire la caccia alla volpe ha addirittura spostato il voto delle aree rurali dalla parte dei conservatori.

Sin dalla guerra in Iraq, Blair ha combattuto per riguadagnarsi la fiducia del paese consentendo ai conservatori di presentarsi come depositari del volere popolare. “Stai pensando quello che noi stiamo pensando?”, recita uno degli slogan più efficaci.

Il partito sembra aver cominciato ad avere le idee chiare sul programma da presentare sintetizzandolo sapientemente in cinque punti: riduzione delle tasse, riforma della scuola, del sistema ospedaliero, più polizia e maggiori controlli sull’immigrazione.

Stranamente i conservatori non hanno scelto di mettere al centro dei loro programmi  l’euroscetticismo, cavallo di battaglia degli ultimi anni.

Riuscirà questo deciso cambio di rotta a riportare i conservatori al 10 di Downing Street? I dubbi permangono. Il partito sta incontrando grosse difficoltà a convincere l’elettorato che, in caso di vittoria, riuscirà a garantire stabilità economica al paese. Inoltre Howard, ottimo oratore ed efficace organizzatore, potrebbe essere percepito come rappresentante di politiche troppo legate al passato, agli anni delle privatizzazioni selvagge di Margaret Thatcher.

 

Liberal Democratici

Nonostante il loro ottimismo, i Liberal Democratici sembrano destinati ad occupare per altri tre anni il gradino più basso del podio. Generalmente, prima delle elezioni i sondaggi li danno molto vicini ai primi due partiti. Le previsioni, purtroppo per loro, non sono mai giuste.

I recenti progressi dei  conservatori sembrano aver spento qualsiasi velleità di ottenere un piazzamento migliore.

Il partito conta di ottenere i voti di protesta (come quelli di coloro che si sono opposti al conflitto in Iraq) ed il voto degli indecisi.

Il Leader del partito, Charles Kennedy, ispira fiducia e simpatia ma sono in pochi a vederlo come futuro Primo ministro. Potrebbe comunque ambire a qualche dicastero importante. Solo nel caso in cui nessuno degli altri due partiti avesse la maggioranza assoluta, i liberal democratici potrebbero diventare l’ago della bilancia della politica inglese. Dovesse prefigurarsi per la prima volta nella storia uno scenario di questo tipo, i liberal democratici avrebbero molto più in comune con i laburisti, ma dovrebbero far finta di dimenticare la forte diversità di vedute sulla questione irachena.

 

18 aprile 2005