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La spirale
di violenza che imperversa in Medio Oriente ormai ci sta spingendo
verso un baratro che giorno dopo giorno, da quasi 50 anni, è stato
scavato con dovizia da entrambe le parti.
Oggi, la
soluzione pacifica, più volte auspicata da tutti sembra essere la più
improbabile e la più lontana. Le radici dell’odio sono state
concimate con il sangue ormai da troppo tempo perché si possano
estirpare facilmente.
Le flebili
speranze di risoluzione del conflitto sono affidate alle mani di due
personaggi che anziché portare i loro rispettivi popoli verso una la
fine degli scontri, stanno conducendoli verso la carneficina.
Sharon con
la sua ottusa intransigenza militaristica da una parte, e Arafat un ex
terrorista vestito da politico dall’altra, stanno regolando un conto
personale a spese della loro gente.
Al
fanatismo assurdo di alcune frange di
palestinesi che si
fanno saltare in aria imbevuti di
promesse religiose, a cui Arafat non ha mai saputo, o voluto
porre freno, risponde con violenza l’esercito israeliano pressato
dagli ordini di uno Sharon sempre più convinto che non vi siano altre
strade da percorrere. E
alla gente comune non rimane che contare i propri morti giorno dopo
giorno.
E’ ora
che Arafat comprenda che il suo ruolo non serve più. Poco era servito
prima quando era clandestino, nulla adesso da uomo politico. Anche se
non va più in giro con la pistola non significa che la sua figura sia
ancora da considerarsi l’espressione del popolo palestinese. Lo
dimostrano i numerosi appelli fatti da Arafat per un cessate il fuoco
indirizzati ai gruppi estremisti e regolarmente caduti nel vuoto. E
così i martiri
continuano a farsi saltare in aria con il loro carico d’odio
e tritolo, mostrando a tutti l’incapacità di Arafat di essere la
guida politica del popolo palestinese.
Ed è ora
che gli Israeliani dimentichino ex militari e generali guerrafondai, e
trovino presto nel panorama politico un altro Rabin, l’unico vero
uomo che ha avuto il coraggio di stringere le mani al nemico numero
uno del suo popolo, quello stesso Arafat che solo da poco è per
convenienza aveva riconosciuto il diritto all’esistenza d’Israele,
dopo averlo negato da sempre.
Ecco di
cosa ha bisogno quella terra martoriata, di uomini con la
consapevolezza che parlare con la controparte non significhi perdere
prestigio, bensì guadagnarlo. Uomini come Rabin, così come Sadat,
che sono stati uccisi perché colpevoli di volere la pace, colpevoli
di essere lungimiranti e aver capito che l’unica soluzione a questa
tragedia è quella di abbandonare le posizioni incancrenite di questi
ultimi 50 anni e provare a dialogare .
Non credo
che mediatori internazionali e appelli accorati da parte di una
comunità internazionale incapace di rendersi conto di quello che sta
per succedere se non vi si pone rimedio subito, possano essere di
nessuna utilità se non cambieranno gli uomini che con le loro
scellerate posizioni stanno conducendo quella regione verso l’abisso
di un nuovo genocidio.
12 marzo
2002
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