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CAUSE DI LAVORO: UN SISTEMA DISTORTO
 di
Filippo Sbarzeguti



Iustitia





Iniustitia

 







 

 

 


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Come al solito l’Italia ha dibattuto sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori come se  mantenere o abrogare tale articolo fosse una sorta di atto di fede.

È quindi opportuno fare invece alcune considerazioni pratiche.

Molti dicono che l’art. 18 tarpa le ali agli imprenditori perché i giudici, specie nel meridione, ordinerebbero sempre, o quasi sempre, la reintegrazione nel posto di lavoro di lavoratori che addirittura si sarebbero resi responsabili di reati.

Al riguardo ho verificato la giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione ed ho trovato che tale affermazione - almeno riguardo alle sue decisioni - non mi pare così vera.

Infatti, per trovare pronunce della Cassazione decisamente orientate a solo favore del lavoratore sono dovuto risalire ad alcune sentenze emesse nel 1986, mentre da allora mi sembra che il concetto di giusta causa di licenziamento sia stato giustamente ampliato di molto in favore degli imprenditori che a buon diritto possono oggi licenziare per giusta causa il lavoratore che abbia commesso reati o si sia comportato in modo oggettivamente tale da incrinare il rapporto fiduciario con il datore di lavoro.

La reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato non è privilegio di quest’ultimo. Nelle cause civili - ove sia possibile - può essere richiesta l’esecuzione dell’obbligazione in forma specifica, che nel caso di un contratto di lavoro è appunto la reintegrazione nel posto di lavoro; la reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato non è quindi un privilegio che la politica ha concesso ai lavoratori, ma semplicemente l’osservanza, portata alle più estreme conseguenze, di una regola giuridica generale che, oltre alle controversie di lavoro, viene applicata a moltissime altre civili.

Comunque, l’abolizione dell’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro non eviterà al datore di lavoro di dover risarcire il lavoratore ingiustamente licenziato ed è evidente che sarà abbastanza semplice per un Giudice non proprio “berlusconiano” motivare in modo pressoché inattaccabile risarcimenti elevatissimi al lavoratore.

Ecco quindi che anche per il clima rovente creatosi sull’art. 18 potremmo trovarci, fra breve, in presenza di  numerose ed ingenti condanne al risarcimento dei danni causati da ingiusto licenziamento, fatto questo che potrebbe costare ai datori di lavoro ben più di quanto oggi non sia dato prevedere.

Mi pare che gli argomenti che dovrebbero stare a cuore alle imprese siano ben altri, tutti a mio giudizio di portata ben maggiore del tanto dibattuto art. 18 anche se di più difficile soluzione.

Nelle controversie di lavoro vale oggi la regola dell’inversione dell’onere della prova a sfavore del datore di lavoro, ossia che non è chi propone la causa a dover provare le proprie accuse ma è sempre il datore di lavoro a dover provare di essere innocente.

Tale regola è basata sull’assunto, oggi decisamente infondato, che il lavoratore sia intrinsecamente la parte debole di fronte al datore di lavoro, fatto questo decisamente smentito dalla pratica giudiziale che vede invece quasi sempre soccombere nel giudizio il datore di lavoro e non il lavoratore, oggi ben più colto, tutelato e sindacalizzato di 30 anni fa e che, a differenza del datore di lavoro, è difeso praticamente gratis dagli avvocati dei sindacati.

Trovo quindi utile che sia ristabilita la normale dialettica processuale tra lavoratore e datore di lavoro abolendo l’inversione dell’onere della prova, obbligando cioè il lavoratore che agisce contro il datore di lavoro, come in qualsiasi altra causa, a provare la sua colpevolezza, così come il datore di lavoro è obbligato a provare le sue accuse contro il lavoratore.

Oggi gli imprenditori che non pagano i contributi previdenziali ai propri dipendenti sono poi sottoposti a sanzioni pecuniarie spesso così pesanti da costringere l’imprenditore a chiudere la propria attività.

Poiché ogni saggio imprenditore evita, se possibile, di essere sottoposto a pignoramenti, il risultato di tali pesantissime sanzioni è che l’imprenditore preferisce chiudere l’attività e riprendere subito dopo magari con un prestanome in modo che lo Stato non possa recuperare nulla degli oneri previdenziali non pagati. Per evitare ciò, sarebbe forse più opportuno rendere le sanzioni più “umane”, portandole magari all’ammontare dei contributi non pagati aumentato del 10% annuo e rendendo poi il mancato versamento dei contributi un reato penale estinguibile attraverso il versamento dei contributi non pagati e dei relativi interessi.

Le imprese per vivere e prosperare hanno poi bisogno di un “sistema paese” che funzioni bene, hanno cioè bisogno di sicurezza, giustizia celere e trasporti efficienti, tutte cose che in Italia sono un miraggio e che non possono non soffocare l’imprenditoria ben più di quanto non faccia l’art. 18 o tutto lo Statuto dei lavoratori.

È chiaro che nessuno va ad investire in posti dove ti fanno saltare in aria la ruspa o il capannone o dove far arrivare tecnici e clienti è molto oneroso.

Ovviamente non si può pretendere che il Governo Berlusconi sani in otto mesi di governo piaghe che la nazione si porta avanti da decenni.

È però altrettanto chiaro che al finire della legislatura il Governo dovrà presentarsi con dei risultati importanti e tangibili e non con una semplice lista di leggi abrogate o approvate, perché le leggi senza i risultati, sono come le buone intenzioni, mentre i cittadini si aspettano fatti.

Un umile consiglio al Presidente Berlusconi, se “mi consente”: ascolti se vuole tutti coloro che, all’evidenza, stanno facendo di tutto per farla cadere, ma non perda tempo in chiacchiere o a replicare alle loro sterili polemiche e prenda le necessarie decisioni per il Paese, perché il Presidente del Consiglio è Lei e la maggioranza degli italiani l’ha votata per governare l’intera legislatura, ulivi, margherite ed asinelli volenti o nolenti.

Roma, 3 aprile 2002