|
Come
al solito l’Italia ha dibattuto sull’art. 18 dello Statuto dei
lavoratori come se mantenere o abrogare tale articolo fosse una
sorta di atto di fede.
È
quindi opportuno fare invece alcune considerazioni pratiche.
Molti
dicono che l’art. 18 tarpa le ali agli imprenditori perché i
giudici, specie nel meridione, ordinerebbero sempre, o quasi sempre,
la reintegrazione nel posto di lavoro di lavoratori che addirittura si
sarebbero resi responsabili di reati.
Al
riguardo ho verificato la giurisprudenza della Corte Suprema di
Cassazione ed ho trovato che tale affermazione - almeno riguardo alle
sue decisioni - non mi pare così vera.
Infatti,
per trovare pronunce della Cassazione decisamente orientate a solo
favore del lavoratore sono dovuto risalire ad alcune sentenze emesse
nel 1986, mentre da allora mi sembra che il concetto di giusta causa
di licenziamento sia stato giustamente ampliato di molto in favore
degli imprenditori che a buon diritto possono oggi licenziare per
giusta causa il lavoratore che abbia commesso reati o si sia
comportato in modo oggettivamente tale da incrinare il rapporto
fiduciario con il datore di lavoro.
La
reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato non è
privilegio di quest’ultimo. Nelle cause civili - ove sia possibile -
può essere richiesta l’esecuzione dell’obbligazione in forma
specifica, che nel caso di un contratto di lavoro è appunto la
reintegrazione nel posto di lavoro; la reintegrazione del lavoratore
ingiustamente licenziato non è quindi un privilegio che la politica
ha concesso ai lavoratori, ma semplicemente l’osservanza, portata
alle più estreme conseguenze, di una regola giuridica generale che,
oltre alle controversie di lavoro, viene applicata a moltissime altre
civili.
Comunque,
l’abolizione dell’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro
non eviterà al datore di lavoro di dover risarcire il lavoratore
ingiustamente licenziato ed è evidente che sarà abbastanza semplice
per un Giudice non proprio “berlusconiano” motivare in modo
pressoché inattaccabile risarcimenti elevatissimi al lavoratore.
Ecco
quindi che anche per il clima rovente creatosi sull’art. 18 potremmo
trovarci, fra breve, in presenza di numerose ed ingenti condanne
al risarcimento dei danni causati da ingiusto licenziamento, fatto
questo che potrebbe costare ai datori di lavoro ben più di quanto
oggi non sia dato prevedere.
Mi
pare che gli argomenti che dovrebbero stare a cuore alle imprese siano
ben altri, tutti a mio giudizio di portata ben maggiore del tanto
dibattuto art. 18 anche se di più difficile soluzione.
Nelle
controversie di lavoro vale oggi la regola dell’inversione
dell’onere della prova a sfavore del datore di lavoro, ossia che non
è chi propone la causa a dover provare le proprie accuse ma è sempre
il datore di lavoro a dover provare di essere innocente.
Tale
regola è basata sull’assunto, oggi decisamente infondato, che il
lavoratore sia intrinsecamente la parte debole di fronte al datore di
lavoro, fatto questo decisamente smentito dalla pratica giudiziale che
vede invece quasi sempre soccombere nel giudizio il datore di lavoro e
non il lavoratore, oggi ben più colto, tutelato e sindacalizzato di
30 anni fa e che, a differenza del datore di lavoro, è difeso
praticamente gratis dagli avvocati dei sindacati.
Trovo
quindi utile che sia ristabilita la normale dialettica processuale tra
lavoratore e datore di lavoro abolendo l’inversione dell’onere
della prova, obbligando cioè il lavoratore che agisce contro il
datore di lavoro, come in qualsiasi altra causa, a provare la sua
colpevolezza, così come il datore di lavoro è obbligato a provare le
sue accuse contro il lavoratore.
Oggi
gli imprenditori che non pagano i contributi previdenziali ai propri
dipendenti sono poi sottoposti a sanzioni pecuniarie spesso così
pesanti da costringere l’imprenditore a chiudere la propria attività.
Poiché
ogni saggio imprenditore evita, se possibile, di essere sottoposto a
pignoramenti, il risultato di tali pesantissime sanzioni è che
l’imprenditore preferisce chiudere l’attività e riprendere subito
dopo magari con un prestanome in modo che lo Stato non possa
recuperare nulla degli oneri previdenziali non pagati. Per evitare ciò,
sarebbe forse più opportuno rendere le sanzioni più “umane”,
portandole magari all’ammontare dei contributi non pagati aumentato
del 10% annuo e rendendo poi il mancato versamento dei contributi un
reato penale estinguibile attraverso il versamento dei contributi non
pagati e dei relativi interessi.
Le
imprese per vivere e prosperare hanno poi bisogno di un “sistema
paese” che funzioni bene, hanno cioè bisogno di sicurezza,
giustizia celere e trasporti efficienti, tutte cose che in Italia sono
un miraggio e che non possono non soffocare l’imprenditoria ben più
di quanto non faccia l’art. 18 o tutto lo Statuto dei lavoratori.
È
chiaro che nessuno va ad investire in posti dove ti fanno saltare in
aria la ruspa o il capannone o dove far arrivare tecnici e clienti è
molto oneroso.
Ovviamente
non si può pretendere che il Governo Berlusconi sani in otto mesi di
governo piaghe che la nazione si porta avanti da decenni.
È
però altrettanto chiaro che al finire della legislatura il Governo
dovrà presentarsi con dei risultati importanti e tangibili e non con
una semplice lista di leggi abrogate o approvate, perché le leggi
senza i risultati, sono come le buone intenzioni, mentre i cittadini
si aspettano fatti.
Un
umile consiglio al Presidente Berlusconi, se “mi consente”:
ascolti se vuole tutti coloro che, all’evidenza, stanno facendo di
tutto per farla cadere, ma non perda tempo in chiacchiere o a
replicare alle loro sterili polemiche e prenda le necessarie decisioni
per il Paese, perché il Presidente del Consiglio è Lei e la
maggioranza degli italiani l’ha votata per governare l’intera
legislatura, ulivi, margherite ed asinelli volenti o nolenti.
Roma, 3 aprile
2002
|