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I FILMS DELLA SETTIMANA

a cura di Ross Di Gioia

                                                             Stay

 

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Mark Forster è regista di talento (suoi Monster’s ball e Neverland) che in Stay – Nel labirinto della mente si incammina sul sentiero infido della psichiatria da grande schermo. Sam Foster (Ewan McGregor), newyorkese psichiatra di successo, vive con l’artista Lila (Naomi Watts), una sua ex paziente. Per un caso fortuito, Sam prende in cura Henry Lethem (Ryan Gosling), ragazzo introverso - artista anche lui di talento - che gli comunica con candore il suo progetto a breve termine: Henry si suiciderà il sabato successivo, alla vigilia del proprio 21° compleanno. Sempre più coinvolto, sicuro che Henry non stia scherzando affatto, Sam si ritrova catapultato nel mondo disturbato del nuovo paziente, con effetti devastanti sulle sue relazioni interpersonali, rendendo Sam sempre più insicuro ed instabile. Il seminato professionale di Sam non è più quella landa ben protetta e razionale che è sempre stata. Lo psichiatra inizia a fare strani incontri – gente che dovrebbe essere morta, deja-vu troppo reali - in giro per una Manhattan mutevole, e quando decide sul serio di venire a capo di quel labirinto perde ogni contatto col tangibile. In una dimensione che è una fetta sottile di realtà invisibile alla vista dei più, avviandosi verso il ponte di Brooklyn, Sam, Henry e Lila capiranno di essere solo in transito in un luogo che è tra la vita e la morte, dove il concetto di perdono e redenzione si fondono inestricabilmente. Foster risolve il giochino dei punti di vista - quello che ti permette di lasciare aperto un dedalo di soluzioni filmiche affinché ogni spettatore alla fine sia spiazzato comunque - accostandosi pericolosamente vicino alla truffa (risolverla con il psichiatrico/metafisico è spesso operazione ingannevole agli occhi di chi guarda), tuttavia le sfumature catalizzanti di Stay hanno un dono: quello di farti elucubrare sulla sua trama anche giorni dopo averla vista. E cosa da poco non è. 

Con quattro candidature all’Oscar, proprio a ridosso della cerimonia di consegna che avverrà domenica notte, nel week-end debutta in sala The constant gardener – La cospirazione diretto da Fernando Meirelles, tratto da un romanzo di successo di John Le Carrè. La trama si dipana tra l’algida Inghilterra e l’imbrunita Africa, approdando in una remota area del Kenya dove l’attivista Tessa Quayle (Rachel Weisz) viene rivenuta brutalmente assassinata. Insieme a lei, in quel viaggio alla ricerca di una prova per inchiodare un’azienda farmaceutica, c’era un medico locale di cui non si conosce la fine. Il consorte di Tessa è Justin Quayle (Ralph Fiennes), membro dell’Alto Commissariato Britannico, uomo mite e gentile, la cui vita precipita in un burrone britannicamente discreto. In un continuo flashback, che alla lunga è davvero sfibrante, Justin rivede la sua Tessa in un matrimonio che viveva di un equilibrio delicatissimo, dove l’irruenza di lei – ricchissima figlia di nobili inglesi, una rivoluzionaria privilegiata quindi – era mitigata dalla flemma di lui - amante del giardinaggio e del quieto vivere. Costretto dal senso di sopravvivenza (ma anche dalle voci che lo volevano tradito dalla moglie con il medico scomparso insieme a lei), Justin trova la forza per reagire e lanciarsi a testa bassa nell’impresa che riabiliterà il nome della consorte, viaggiando attraverso l’Africa e venendo a capo di quella verità che lei aveva faticosamente scoperto: i segreti di un’industria farmaceutica, avviluppati in una cospirazione a livello mondiale dove tutti sanno, che permette ai potenti dell’aspirina di farla franca perché tanto “non importa a nessuno se si uccide chi è già condannato”. Film dalle due anime (soporifere entrambe), The constant gardener vive dei tentativi di Meirelles di mixare un refuso di intrigo internazionale con la sua Africa, impreziosendo il tutto con una storia d’amore senza chimica – Fiennes e Weisz sono tra gli attori dotati di meno sex-appeal da quando i Lumiere ci regalarono il cinema. Mancati entrambi questi bersagli, c’è spazio anche per la delusione: a metà film, fatta fuori la Weisz, si spera di non rivederla più. Errore.

Nel fine settimana delle star, altri due titoli possono presentare in cartellone nomi di richiamo. In Proof – La prova (tratto dalla piece teatrale premiata col Premio Pulitzer) vi sono Gwyneth Paltrow, Anthony Hopkins, Jake Gyllenhaal e Hope Davis, diretti da John Madden (Shakespeare in love). Catherine (Paltrow) è alla vigilia del suo ventiseiesimo compleanno. Depressa, ripercorre il ricordo del padre appena morto, Robert (Hopkins), un genio della matematica che ha vissuto gli ultimi anni della sua vita guidato da una mente instabile e lucida solo a fasi alterne. Catherine subisce l’arrivo della sorella Claire (Davis) che invade casa e senso della sopportazione (è una di quelle con l’agenda sempre a portata di mano dove segnare cosa fare di ora in ora). Al contempo un ex allievo di Robert, Hal (Jake Gyllenhaal), sta spulciando i 103 blocchi di appunti del professore alla ricerca dell’ultima scintilla di genio che lui avrebbe dovuto lasciare. Quando scopre una formula matematica sorprendete, il dramma da camera diventa giallo da garage, indeciso da che parte fare andare la storia – insinuando il dubbio che Catherine sia davvero pazza, che Hal non esista, che la formula è di Robert, poi di Catherine, poi ancora di Robert e così via – in una storia le cui fiammate di sceneggiatura non impediscono al canovaccio teatrale di farsi troppo sentire.

Altre star in The weather man – L’uomo delle previsioni con Nicholas Cage, Michael Caine e (ancora) Hope Davis. David Spitz (Cage) è l’uomo delle previsioni per un canale tv. David possiede nell’ordine: una moglie (Davis) che lo ha lasciato portandosi via casa e figli (una maschio con problemi comportamentali e una ragazza bene in carne derisa a scuola); un padre, Robert (Caine), con un Pulitzer nella vetrinetta quindi impossibile da eguagliare; un lavoro che si basa su “l’arte tecnica delle previsioni del tempo”, quindi tanto inesatta da farti prendere sulla giacca bibite, burritos e quant’altro da tele-ascoltatori che erano usciti senza ombrello fidandosi del sole visto sulla cartina di David e che poi si sono inzuppati di pioggia. Costretto ad indossare sempre il suo miglior sorriso, David ha dentro di sé un tumulto di sensazioni che vanno a cozzare contro una carriera comunque in ascesa (ha in ballo un trasferimento a New York per lavorare con un grande network di successo) ed un rispetto altrui indispensabile per andare avanti. Quando Robert si ammala e David vede anche quel che rimane della sua famiglia sgretolarsi davanti ai suoi occhi, le sue considerazioni personali iniziano come a vivere di vita propria, portandolo anche a diventare arciere di un certo calibro, immergendosi in una disamina amara e ficcante sul come la sua sia diventata una “fast food life”. Diretto con piglio divertito da Gore Verbinski (La maledizione della prima luna, The ring), The weather man si avvita spesso su una trama troppo verbosa, ma permette alla coppia Caine/Cage di duettare sullo schermo con efficacia.

Tre i film italiani in uscita. Partiamo da Musikanten di Franco Battiato (scritto a quattro mani con Manlio Sgalambro), dove Marta (Sonia Bergamasco) e Nicola (Fabrizio Gifuni) sono autori di un programma televisivo di successo - “Musikanten” – che parla di musici girovaghi e non. Appassionatisi ad un altro progetto, i due riescono a convincere il riluttante direttore dell’emittente per cui lavorano a dar loro il via. Chiamata “L’Altrove”, questa nuova trasmissione verte sulla scoperta di personalità eversive che nelle proprie ricerche mescolano psicologia, filosofia, misticismo e scienze esatte. Quando incontrano un professore capace di far regredire nel passato con un mantra (?) di origine indiana ed un armonium, Marta riesce a regredire fino ai giorni di Beethoven (Alexandro Jodorowsky) approdando nelle vesti di un principe suo confidente. Fischiatissimo a Venezia (sezione Orizzonti), Musikanten è un compendio sullo spreco dei mezzi di produzione, quindi l’esatto opposto di Piano 17, il film dei Manetti Bros. girato in digitale con 70 mila euro. 
Bisogna posizionare una bomba dentro gli uffici direzionali di una banca. A commissionare l’operazione è stata la basista di un altro colpo - finito male - che comunque esige la propria ricompensa: l’eliminazione di documenti scottanti con una bella deflagrazione. Messi con le spalle al muro da un videotape che li spedirebbe dritti in galera, il clan organizza così l’operazione e manda Mancini (Giampaolo Morelli), camuffato da uomo delle pulizie, dentro il palazzo che nel pomeriggio inoltrato si sta svuotando. Innescato il timer, Morelli rimane bloccato in ascensore con due impiegati, Violetta e Meroni (Elisabetta Rocchetti e Giuseppe Iuorio), ignari di quanto stia accadendo. All’esterno, Pittana e Borgia (Enrico Silvestrin e Antonino Iuorio) tengono d’occhio la situazione. Tuttavia quando Morelli inizia a telefonare per farsi aiutare, Pittana tira fuori l’anima del traditore e fa di tutto per ostacolare il salvataggio: la bomba - e chi con essa - deve rimanere dov’è. Il tempo scorre, il nervosismo sale e quando Morelli inizia a sentire puzza di bruciato non gli resta che raccontare tutto: ora i tre dovranno allearsi e trovare la soluzione se vogliono uscirne vivi. Vincitore del Premio del pubblico al Courmayeur Noir Film Festival (con Massimo Ghini che si diverte a gigioneggiare come un boss della Magliana), Piano 17 riesce a creare la tensione che cercava e strappa più di un sorriso. Certo c’è una serie di “troppo” da mettere in evidenza – troppi buchi di sceneggiatura rattoppati alla bell’e meglio, troppo tappeto musicale, troppe porte che si aprono facilmente, troppe inverosimiglianze, un cerchio che si chiude troppo forzatamente – e l’aurea è innegabilmente naif, tuttavia il film va comunque apprezzato per lo stile scanzonato e l’indipendenza cinematografica portata avanti come un vessillo.
Infine La guerra di Mario di Antonio Capuano con Valeria Golino nel ruolo Giulia, una agiata donna che vive un ménage famigliare tranquillo col marito Sandro (Andrea Renzi), fino a quando – impossibilitata in modo naturale – la voglia di diventare mamma non le fa prendere in affido Mario (Marco Grieco), bambino che viene fuori da una situazione impossibile. Mario non è quello che si definisce “un bambino facile” e catapultato in un mondo che non gli appartiene, estraneo a lui almeno quanto il suo di mondo è estraneo a Giulia, la convivenza sarà difficile ed alla fine sfibrante per entrambi. Portando all’esasperazione l’assunto “che l’amore non basta”, alla fine il lacerante distacco è inevitabile. Nel cast anche Anita Caprioli.

All the invisible children è un patchwork di sette storie che hanno tutte un filo conduttore: raccontare la sofferenza dei bambini in diverse parti del mondo. Che si tratti di piccoli costretti ad imbracciare un mitra o a rubare per evitare le botte del padre, a nascere con l’Aids solo perché l’hanno deciso genitori sieropositivi o ad avere come unico obiettivo della giornata riuscire a mangiare una scodella di qualcosa, non fa molta differenza: la sofferenza non può essere di serie A o si serie B. La prospettiva viene così divisa in sette diverse angolazioni, con protagonisti i piccoli di paesi diversi (Italia, Serbia-Montenegro, USA, Brasile, ecc..) e ad unirli ci pensa la comune condizione di persistente degrado o di abbandono. Dirigono Mehdi Charef, Emir Kusturica, John Woo, Spike Lee, Jordan e Ridley Scott, Katia Lund, Stefano Veneruso, mentre tra gli interpreti vi sono i nomi di Maria Grazia Cucinotta (che produce anche e ha dimostrato un attaccamento davvero lodevole all’intero progetto), Beppe Lanzetta, Ernest Mathieux. Povertà, paura e maltrattamenti negli occhi di chi si vede giorno dopo giorno l’infanzia rubata, il tutto raccontato senza pietismi in un film i cui proventi saranno devoluti al World Food Programme e all’Unicef.

È di questa settimana anche l’uscita di Wallace&Gromit – La maledizione del coniglio mannaro, l’esilarante film con protagonista il duo di plastilina che potrebbe far vincere l’Oscar per il Miglior film di animazione al suo regista Nick Park (che con protagonisti Wallace&Gromit che ne ha vinti già due come miglior cortometraggio per l’episodio I pantaloni sbagliati e Una tosatura perfetta, e una per Creature Comforts). Wallace - l’amante del formaggio - e Gromit - il cane che nemmeno abbaia - assistono divertiti alla “ortaggio-mania” esplosa nel proprio quartiere in previsione della Fiera dell’ortaggio Gigante che da lì a poco si abbatterà su tutti loro. Armati di equipaggiamento che cattura (con cuore) i conigli che infestano i giardini della città, il duo si ritrova un compito insolito: trovare uno strano animale sovradimensionato che attenta all’organizzazione della Fiera promossa da Lady Tottington, che ha il suo bel da fare a tenere a bada lo spasimante snob Victor Quartermaine… In un’avventura divertente oltre ogni modo, popolata da creature davvero bizzarre e da un senso della citazione notevole, La maledizione del coniglio mannaro ci fa riconciliare con le commedie sgangherate.

Chiudiamo con due film diversi tra loro: il primo è Torremolinos 73 – Ma tu lo faresti un film porno? storia ambientata nella Spagna dei licenziamenti degli anni ’70, dove una coppia diventa produttori/interpreti di filmini porno amatoriali che sconvolgeranno la penisola iberica di allora, facendo assurgere lei a rango di star nel nord Europa; l’altro è il sudafricano Il suo nome è Tsotsi, pellicola candidata all’Oscar come miglior film straniero (quindi in corsa anche contro la nostra Cristina Comencini), con un capo gang - Tsotsi appunto, piccolo delinquente nella baraccopoli di Johannesburg - che dopo una rapina ad un’automobile vi trova al suo interno un bebè di cui dovrà prendersi cura.

Notte prima degli esami tiene la testa della classifica degli incassi nel week-end compreso tra il 24 ed il 26 febbraio, ben davanti al debuttante Syriana (secondo) e Hostel (terzo). Scendono sia Prime (quarto) che Casanova (quinto). Entra in sesta posizione Aeon Flux seguito da La terra (settimo), Orgoglio e pregiudizio (ottavo) e dall’ultima new entry della settimana, Arrivederci amore, ciao (nono). Chiude il decimo posto di Bambi e il Grande Principe della foresta.

 

(r.digioia@momentosera.com)

Roma, 03 marzo 2006