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I FILMS DELLA SETTIMANA

a cura di Ross Di Gioia

                                                             Transamerica

 

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In un week-end di sovrabbondanza di nuove uscite, Transamerica è un curioso e delicato road-movie con Felicity Huffman (in tv la casalinga disperata Lynette) che offre un’interpretazione stratosferica. Bree è un transessuale piuttosto rigido ed intransigente, pronto alla grande operazione di ridefinizione sessuale. Dopo aver risparmiato per una vita intera ed essersi sottoposta all’interminabile iter burocratico necessario (compresa la terapia psicoterapeutica), Bree ha finalmente l’occasione per rendersi simile a quella che è l’immagine di sé raffigurata nella sua mente e non quella che vede riflessa nello specchio. Un giorno Bree riceve una telefonata da parte di Toby (Kevin Zegers) che dice di essere figlio di “quell’altro”, cioè dell’uomo che Bree era una volta. Costretta dalla sua terapista, Bree vola a New York per sistemare anche quest’ultimo aspetto della sua vecchia vita prima di affrontare la nuova. Scopertolo in un penitenziario, Bree fa uscire Toby e viene scambiata dal ragazzo per una sorta di missionaria cristiana in opera di redenzione. Non volendo lasciare Toby alla deriva tra droga e prostituzione, Bree si offre di accompagnarlo in auto. I due così si avventurano per un viaggio rivelatore, dove entrambi avranno la possibilità di conoscersi veramente e di sondare reciprocamente quella parte oscura del proprio animo, tra ricordi indicibili e famiglie slabbrate, dove i danni maggiori vengono sempre causati dal silenzio e dall’ignoranza. Leggero e godibile, incentrato non sulla transessualità ma sull’amore, Transamerica è un delizioso esempio di film indipendente che permette ad una grande interprete di esprimersi come non le era stato concesso prima. Abbassando il timbro di una ottava Felicity Huffman miete un quantità impressionante di premi, tutti meritatissimi. Non ci resta che aspettare la notte del 3 marzo per fare il tifo per il traguardo più ambito: l’Oscar come Miglior attrice.

In Prime, Rafi (Uma Thurman in continua crescita, presto anche alla prova musical con The producers), produttrice fotografica trentasettenne appena riemersa da un matrimonio fallito, incontra il ventitreenne David (Bryan Greenberg), giovane artista appena uscita dal college. La scintilla scocca subito e per Rafi è come rinascere a nuova vita. Entusiasta, Rafi racconta tutto alla sua terapista, la dottoressa Lisa Metzger (Meryl Streep), condendo anche con particolari anatomici che il rapporto terapista/paziente permette. Ma c’è un ma: David è il figlio maggiore della dottoressa. Scopertolo, da questo punto la commedia degli equivoci si stempera per entrare nel vortice delle tensioni personali: la dottoressa non approva la differenza d’età, di esperienze e di religione (perfetta la scena in cui cambia le sue idee piuttosto integraliste quando deve cucirle addosso al figlio); David vorrebbe vivere il suo rapporto liberamente, prendendosi anche delle grosse responsabilità; Rafi, venendo anche presentata in famiglia, inizia ad interrogarsi sul valore di quella storia. Dopo un tradimento burrascoso, David e Rafi si ritrovano, ma un anno dopo si capisce – com’è nella vita reale – che spesso, in una coppia, l’amore non basta. In una storia che poteva essere ambientata solo a New York, Prime è un film sull’amore e sulla psicologia, che permette a Meryl Streep e Uma Thruman di esibirsi in un ruolo insolito per loro. E quando la sceneggiatura inizia a girare un po’ a vuoto, il mestiere delle due signore ci mette una pezza.

La tematica del lavoro, vista da diversi punti di vista e con diverse implicazioni, è al centro di due pellicole in uscita. La prima è Il cacciatore di teste, opera di una freschezza imbarazzante (per molti “giovani” registi), realizzata da un cineasta settantatreenne, Costa-Gavras. La storia verte su una domanda semplice che si pone Bruno (José Garcia): cosa fare in un mondo di tagli di posto di lavoro e delocalizzazione quando un padre di famiglia con quindici anni di servizio viene mandato a casa? Semplice. Dopo più di tre anni di attesa, centinaia di curriculum inviati e colloqui imbarazzanti, Bruno individua il lavoro che più si confà alle sue attitudini, seleziona gli altri possibili antagonisti (a spasso come lui) e li va a cercare ad uno ad uno per ucciderli e toglierli così dal mercato. L’ultimo sulla lista è proprio l’occupante di quella poltrona tanto agognata, che una volta tolto di mezzo schiuderà a Bruno le porte di quell’impiego disperatamente inseguito (a colpi di pistola reduce dalla Seconda Guerra Mondiale), rendendo finalmente felice se stesso ed una famiglia che iniziava a sgretolarsi inesorabilmente. Lucido e spietato, ma allo stesso tempo ironico e grottescamente divertente in alcune scene, Il cacciatore di teste va assolutamente visto, merito di un regista sopraffino tornato dopo un’assenza troppo lunga.

Il secondo film incentrato sul lavoro (e sulla sua dignità) è North Country. Tratto da una storia vera, racconta le vicende di Josey Aimes (Charlize Theron) che trova impiego presso una miniera nel nord del Minnesota nel quale lavora l’amica Glory (Frances McDormand), attivista sindacale. Mamma separata di due bambini, stuprata da adolescente, Josey fa quello che può per andare avanti. Il lavoro in miniera, però, oltre che massacrante fisicamente, lo è anche psicologicamente. Essendo le prime donne assunte in un posto regno del machismo, Josey e le altre subiscono le angherie dei maschi, convinti come sono che alle nuove assunte debba essere imputata la colpa di togliere posti di lavori ai loro simili, oltre che il semplice fatto che non hanno il pene. Con epiteti continui e bassezze di vario grado, tra cui le molestie sessuali più o meno velate, gli uomini della miniera distruggono mentalmente le donne fino al limite estremo. Josey allora decide di denunciare tutto e avviare una battaglia legale, aiutata dall’avvocato ex-campione di hockey Bill White (Woody Harrelson). Dapprima sola, Josey riuscirà a ritrovare la solidarietà sia delle compagne che del padre (Richard Jenkins). North Country si insinua nel solco del film “denuncia”, a metà tra Sotto accusa ed Erin Brockovich. Il ritmo è quello lento che necessita all’operazione, piuttosto prevedibile in ogni scena, ma la coppia Theron/McDormand è veramente da applausi. Le due sono candidate all’Oscar, ma la McDormand ha molte più chance di portarsi a casa le seconda statuetta della carriera (la prima la vinse per Fargo). Nel cast anche Sissy Spacek.

Diretto dal suo protagonista principale, Tommy Lee Jones, e sceneggiato da Giullermo Menges (che già aveva stupito con l’intenso Amores perros e 21 grammi), arriva anche in Italia Le tre sepolture, film che a Cannes 2005 ha vinto il premio per il Miglior attore e miglior sceneggiatura. In Texas, il corpo di Melquiades Estrada viene ritrovato nel deserto dove è stato frettolosamente interrato (prima sepoltura). Ucciso per errore da un colpo di pistola del poliziotto di frontiera Mike (Barry Pepper), la polizia lo mette in una fossa anonima al cimitero (seconda sepoltura), perché della morte di un clandestino messicano non interessa a nessuno in quella landa di confine dell’America d’oggi. A nessuno tranne che a Pete Perkins (un Tommy Lee Jones perfetto), caposquadra di un ranch, che di Melquiades era grande amico. Scoperto il nome dell’assassino Pete lo rapisce, e minacciandolo lo costringe ad intraprendere un assurdo viaggio verso il Messico con al seguito il cadavere di Melquiades debitamente dissotterrato per l’occasione. In una trasferta memorabile, i due varcheranno così il confine alla ricerca del personale Eldorado di Melquiades affinché egli possa riposare dove più desiderava. Ed è proprio alla terza sepoltura che Pete scopre quanto di più inatteso. Le tre sepolture è un film pressoché perfetto, che dissotterra (sarebbe proprio il caso di dirlo) il genere western che negli ultimi anni sembra in balia solo di Kevin Costner. Calibrato nella sceneggiatura e ottimamente recitato, è possibile anche leggervi all’interno le implicazioni attuali nel rapporto tra immigrati e americani negli USA del sud, nota di impegno civile che non guasta di certo.

Guardando La contessa bianca viene francamente da chiedersi cosa possa avere ancora da dire James Ivory, autore dell’ennesimo spettacolo didascalico e dalla dilatazione dei tempi insostenibile a tratti. Nella Shanghai del 1936, la contessa Sofia Belinsky (Miranda Richardson) fa parte di una famiglia aristocratica russa costretta all’esilio dopo la Rivoluzione Bolscevica. Lavorando in un club dove balla a richiesta (e probabilmente si prostituisce occasionalmente), la contessa riesce così a sfamare la figlia Katya e tutto il resto della famiglia: una suocera ostile (Lynn Redgrave), una cognata ingrata (Madeleine Potter) e una coppia di zii svaniti (Vanessa Redgrave e John Wood). La sorte della contessa cambia quando incontra un ex-diplomatico cieco, Jackson (Ralph Fiennes), uomo disilluso e distrutto dalla perdita della sua famiglia finita senza colpa tra le lacerazioni politiche e terroristiche dell’epoca. Jackson vuole creare un locale suggestivo e intende farlo gestire a Sofia. Il locale, chiamato “La contessa bianca”, inizia a funzionare e contemporaneamente tra Sofia e Jackson nasce un legame che va oltre il lavoro, caratterizzato da un comune senso della malinconia. Intorno a loro l’agitazione cresce sempre più per paura dell’invasione giapponese, che quando arriva costringerà i due a prendere una decisione definitiva sul loro rapporto. Ne La contessa bianca c’è tutto l’Ivory che cercate: manierismo, illustrazione glaciale ed impersonale, afflizione, battute del tipo “Nella storia non c’è più posto per gente come lei” (e di questo il merito è di Kazuo Ishiguro), una tromba che suona su una barca che si allontana verso il tramonto... Insomma, vestigia di un impero che fu.

Un arruffato Johnny Depp è protagonista di The libertine. Tratto da una storia realmente accaduta, l’allora re Carlo II (John Malkovich) aveva un caro amico e confidente, il conte di Rochester (Depp). Costui era il massimo che l’epoca potesse offrire: bello, arguto, dalla dialettica tagliente e forbita, grande sciupafemmine corrisposto da valanghe di sottane che si spalancano al suo passaggio. Cinico e spietato quanto basta, il conte nonostante tutto si guadagna la stima della famiglia reale, che apprezza la sua franchezza e lo spirito libero. Ma la storia è lì pronta a bussare alle porte di tutti loro, e mentre re Carlo ha il suo bel da fare a mantenere la stabilità della corona, minacciata dalle agitazioni dei cattolici, Rochester si invaghisce di una giovane attrice (Samantha Morton) che in men che non si dica lo condurrà definitivamente alla rovina. La camicia sbottonata sul petto e lo sguardo languido di Depp (che comunque resta sempre monumentale), il sorriso sardonico e gli scatti di ira di Malkovich, le svenevole moine della Morton, niente di tutto ciò - alquanto già visto, peraltro - salvano The libertine dall’affondare rumorosamente.
Ad annaspare senza rimedio è anche Underworld Evolution, seguito pasticciato con protagonisti gli stessi del primo capitolo, Kate Beckinsale e Scott Speedman. Continuano gli scontri tra Vampiri e Licantropi. La vampira Selene (Beckinsale) ed il tormentato ibrido Michael (Speedman) si mettono sulle tracce del re dei Vampiri, Marcus (Tony Curran). Fianco a fianco, Selene e Michael lottano contro Marcus che è fermamente intenzionato a liberare il fratello gemello William. Scoprendo sempre più informazioni sul passato della casata a cui appartiene, Selene squarcia il velo che ricopre i dolorosi ricordi del suo passato. Per gli amanti del genere sarà una festa di citazioni del mondo dell’occulto, del fumetto, delle lotte millenarie che alimentano le leggende di vampiri e altri animali notturni. A tutti gli altri rimarrà il ricordo della lampo sulla tutina di pelle nera di Kate Beckinsale che si apre troppo lentamente.

Chiudiamo con l’unico film italiano della settimana: In un altro paese, documentario di Marco Turco. Partendo dalla struttura gerarchica della mafia siciliana e dalle sue morti eccellenti, Turco ci accompagna in un viaggio ben documentato sui rapporti tra Cosa Nostra e la politica italiana degli anni passati, ricostruendo fatti ed eventi testimoniate nelle interviste raccolte da Alexander Stille, giornalista americano.

Dick&Jane – Operazione furto mantiene la prima posizione nella classifica degli incassi nel week-end compreso tra il 3 ed il 5 di febbraio. Munich risale di un posto ed è secondo, poco davanti alla prima nuova entrata della settimana, Orgoglio e pregiudizio (terzo). Rimangono stabili Match point (quarto) e I segreti Brokeback Mountain (quinto), mentre scivola giù   Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me (sesto). Dal settimo al nono posto un trittico di new entry: Per sesso o per amore?, Bambi e il Grande Principe della foresta e Fragile. Chiude decimo 40 anni vergine.

 

 

(r.digioia@momentosera.com)

Roma, 10 febbraio 2006