Con il posticipo di un giorno
(sarà nelle sale sabato 18), in Truman
Capote – A sangue freddo, uno stupefacente Philip
Seymour Hoffman regala un’interpretazione d’eccellenza, elegante e
arguta, coinvolgendoci nel conto personale che Capote
dovette pagare per dare alla luce la sua opera più bella ed immortale. È
il 16 novembre 1959, esattamente un anno dopo la pubblicazione di
“Colazione da Tiffany”, il romanzo che ha reso una star planetaria Truman
Capote - il cui vero nome era Truman
Streckfus Persons – e sul New York Times appare la notizia di un
insensato omicidio avvenuto a Holcomb, nel Kansas, dove una famiglia di
agricoltori è stata massacrata senza pietà alcuna. Sconvolto e in fondo
anche ammagliato dall’efferatezza di quell’eccidio, Truman
decide di scrivervi un articolo e parte alla volta del Kansas in
compagnia della sua amica d’infanzia, Nelle
Harper Lee (interpretata dalla brava Catherine
Keener), che è in procinto di dare alle stampe il suo “Oltre la
siepe”. L’inconsueta coppia non può certo passare inosservata in un
minuscolo paesino degli Stati Uniti più chiusi e rurali, e quando vengono
invitati a cena dalla moglie dell’investigatore incaricato di risolvere il
giallo, il detective Alvin Dewey (Chris
Cooper), Capote e la Lee riescono
così ad “insinuarsi” nella vicenda. A fine dicembre la polizia
identifica gli assassini, Perry Smith (Clifton
Collins Jr.) e Richard Hickock (Mark
Pellegrino), che vengono chiusi nelle celle dello sceriffo della Contea
di Finney dove Capote riesce ad
entrare. Dal primo incontro in poi, resosi conto che il suo volubile spirito
gli impediva di scrivere semplicemente un articolo ma che doveva andare
oltre, la vita di Truman Capote e
quella dei due assassini sarà inestricabilmente legata, una cavalcata fatta
di letteratura e confessioni, di episodi curiosi (Capote fece venire Richard
Avedon da New York per fotografare Smith e Hickock) fino alla
commistione di sentimenti che andavano dall’affetto allo sconforto, dalla
rabbia all’abbandono prima della riconciliazione nell’ultimo momento
concesso loro. Per cinque anni Capote
prepara “A sangue freddo”, il romanzo-reportage che lo renderà il
letterato americano più importante della nostra storia contemporanea, ma al
contempo l’opera che lo distruggerà definitivamente, affondando il suo
rapporto con Nelle e con il compagno di sempre, lo scrittore Jack
Dunphy (Bruce Greenwood). Sia per poter scrivere la parola fine sul suo
romanzo, sia per liberarsi definitivamente da quel legame morboso,
avviluppato ormai in una spirale di disperazione, Capote,
alla fine, è costretto ad aspettare – con crescente impazienza –
l’esecuzione capitale della coppia omicida, a cui lui parteciperà con
sgomento. Questa, però, sarà anche la sua fine, perchè Capote
verrà sì celebrato nei decenni a venire, ma gli effetti di quell’esperienza
sul suo essere non gli faranno portare a termine mai più un libro. Truman
Capote – A sangue freddo non è una biografia. È il racconto,
asciutto e affilato, della terribile incapacità di un genio a non
annientare se stesso e tutto quello che ha intorno partorendo un romanzo
indimenticato. Il regista Bennet
Miller mette la macchina da presa a disposizione del piano medio di Hoffman
e fa scelta più giusta, spingendo quello che è uno dei migliori attori
sulla scena verso l’Oscar come Miglior attore. Una sola nota dolente: il
doppiaggio avrebbe meritato più attenzione e verosimiglianza.
Proprio come Capote, candidato a cinque premi
Oscar, questa settimana arriva un altro film in lizza per altrettante
statuette (anche se non ha ricevuto la nomination come Miglior Film). È la
storia della tormentata relazione che portò uno dei più grandi della
musica di sempre, il cantante Johnny
Cash (nel film interpretato da Joaquin
Phoenix), ad unire la sua vita sentimentale ed artistica a June Carter (col viso di Reese
Witherspoon) e creare così una delle coppie in musica più amate di
sempre. In Quando
l’amore brucia l’anima – Walk the line, la narrazione parte
dall’Arkansas durante l’epoca della Depressione per mostrarci com’è
nata la carriera di Cash.
By-passando un inflessibile padre – che lo accuserà per sempre di aver
contribuito alla morte del figlio più amato, il fratello a cui Johnny
era legatissimo – e un matrimonio castrante con Vivian (Ginnifer Goodwin), Cash troverà
lo spazio necessario per eruttare quel suo singolare genio ed iniziare una
serie di tour scatenati con Elvis
Presley, Carl Perkins, Jerry
Lee Lewis, Roy Orbison fino all’incontro con la donna che gli cambierà la
vita. La dipendenza dalla droga e la continua ricerca dell’approvazione (e
del perdono) da parte del padre, il matrimonio fallito e la burrascosa
storia con June, tra successi e
continue fughe, col fil rouge di un concerto - quello storico tenuto nel
1968 nella prigione di Folsom - sempre presente nella narrazione, Quando
l’amore brucia l’anima riesce ad essere l’istantanea fedele
di un’epoca probabilmente irripetibile. Cantando dal vivo la coppia Phoenix/Whiterspoon rende al meglio lo spirito della musica di Cash, dominando il recente Golden Globe nella categoria Migliori attori
tra le commedie o musical (ma no è né l’uno né l’altro) e vincendo
anche come Miglior film. La notte del 3 marzo dovranno vedersela con l’Hoffman
di Capote e la Huffman di Transamerica.
La coppia di Brokeback Mountain si ritrova in
sala, divisa però in due film diametralmente opposti. Partiamo da Heath
Ledger, protagonista di Casanova,
il baraccone veneziano di Lasse
Hallstrom che manderà in brodo di giuggiole le signore della proiezione
pomeridiana. Lo sciupafemmine Giacomo Casanova (Ledger) stavolta fa sul
serio. Nonostante sia costretto dal Doge a reperire una fanciulla
rispettabile da sposare se vuole evitare le forche caudine
dell’Inquisizione, il nostro prode Eroe rimedia anche il modo di
complicarsi la vita innamorandosi dell’autrice di testi eretici e
libertini Francesca (la scialba Sienna
Miller, più famosa con cornificata ragazza di Jude
Law che non come interprete di rango). Tra astuti stratagemmi e
stravaganti travestimenti, con scambi di persona, duelli all’alba e lo
sciabordio dell’acqua nei canali della città lagunare a fare da
inimitabile sfondo, Casanova troverà modo di averla vinta come sempre,
sfuggendo così al famigerato Vescovo Pucci (Jeremy
Irons) appostato sulle sue fedifraghe tracce. Lodando comunque la
versatilità di Ledger, il resto del mestiere lo mette Hallstrom (suo Chocolat
e Le
regole della casa del sidro)
per portare a termine un feuilleton ben incorniciato ed inoffensivo.
Ha decisamente altro da fare Jake
Gyllenhaal. Tratto da un best seller per settimane in cima alle
classifiche americane di vendita, Jarhead
(termine gergale che indica un Marine) è un’ipnotica disamina sulla
guerra intessuta alla perfezione dal regista Sam
Mendes (American
Beauty, Era
mio padre). È il 1989, vigilia dell’invasione irachena al
Kuwait con conseguente reazione dell’amministrazione Bush (senior). Tony
“Swoff” Swofford (Gyllenhaal) si arruola come avevano fatto nel passato il padre ed il
nonno, ritrovandosi in partenza per un deserto dall’altra parte del mondo.
Il sergente di Stato maggiore Sykes (Jamie
Foxx), scoperto le capacità di tiratore di Swoff con un fucile di
precisione, gli piazza uno zaino da 45 chili in spalla, lo accoppia al
disturbato Troy (Peter Sarsgarrd)
e prepara il duo ad essere dei cecchini in attesa che anche per loro si
scateni veramente la guerra. Ma la nostra è l’epoca stupida della bombe
intelligenti, dove magari ci sarà anche spazio per una citazione d’altri
tempi (“Bruciamo il grasso delle
nostre anime”, Hemingway),
tuttavia il conflitto si combatte con altri mezzi. Così Swoff e tutta la
sua unità passano giorni interminabili a prosciugarsi sotto il solleone
mediorientale, distruggendosi psicologicamente in attesa di poter sparare
quel proiettile che ne libererà per sempre la frustrazione. Lo
straordinario senso dell’immagine di Sam
Mendes (supportato da una fotografia pregevole, che si divide in un
trittico di colori che segue così le tre parti del film) accompagna
l’angoscia per un primo colpo di fucile che non sarà mai esploso, in uno
straordinario spettacolo sulla guerra senza la guerra.
“Wild boys! Wild boys!”. A
quanti di voi questa esclamazione fa rizzare i capelli (come erano in verità
in quegli anni)? Ebbene la sentirete a iosa in Notte
prima degli esami di Fausto Brizzi.
È la fine degli anni ’80 e una classe si prepara agli esami di fine
liceo. Tra loro Luca (Nicola
Vaporidis) che una sera, partecipando ad una festa a cui si è imbucato,
conosce Claudia (Cristina Capotondi).
Rimasto folgorato dalla giovine, Luca fa di tutto per ritrovarla, senza
molta fortuna in verità. Intanto i suoi compagni vivono con apprensione e
tatticismi (si preparano le mitiche “cartucciere” per i temi già fatti)
quei giorni che li separano dal fatidico esame scritto, nel pieno di una
stagione indimenticabile. Sempre alla ricerca di Claudia, Luca decide di
accettare l’invito del professor Martinelli (Giorgio
Faletti) che lo aiuta a ripassare il pomeriggio nonostante il ragazzo
gli abbia riversato addosso una valanga di improperi l’ultimo giorno di
lezione. Tra i due nasce una curiosa amicizia, dove Luca impara a conoscere
meglio quello che tutta la scuola definisce “la carogna”, ed il
professor riesce a ritrovare dentro di sé quell’animo leggero che aveva
perso strada facendo. Nel frattempo Claudia, che è la figlia del
professore, lascia quell’energumeno del fidanzato, mentre anche per lei si
avvicina il giorno degli scritti. Proprio la notte prima degli esami, come
recita anche la canzone di vendittiana memoria, sarà quella che cambierà
per sempre la vita di tutti loro. Fausto
Brizzi (sceneggiatore di Neri
Parenti per tutti i suoi film natalizi da Merry Christmas del 2001 fino al
recente Natale
a Miami) indovina una commedia gradevole ed innocua, dove non si
può certo parlare di miracolo italiano (in alcuni punti la comicità è di
taglio troppo televisivo), ma tutti gli interpreti svolgono bene il compito,
elevando decisamente il livello del film sopra la media più recente.
Sconvolgimenti in testa alla
classifica degli incassi nel week-end compreso tra il 10 ed 12 febbraio: la
new entry Prime
conquista la vetta, davanti all’altra nuova entrata Underworld
Evolution. Mantiene la terza piazza Orgoglio
e pregiudizio, mentre debutta quarto The libertine. In discesa il resto
della comitiva: Munich
(quinto),
Dick&Jane – Operazione furto (sesto), Match point (settimo), Bambi
e il Grande Principe della foresta (ottavo), I segreti Brokeback Mountain (nono)
e Fragile
(decimo).
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