MINISTERO PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI  |  Official Web Site  |

MOMENTO-SERA  Quotidiano di Informazioni.

Fondato nel 1946

ACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA  |  Official Web Site  |

                 

I FILMS DELLA SETTIMANA

a cura di Ross Di Gioia

                                                             Angela-A

 

Top page
Mappa del sito

Due i film molto attesi nel weekend in sala. Partiamo da Angel-A di Luc Besson, un piccolo film del regista di Nikita ed Il quinto elemento. In una Parigi rarefatta, fotografata in un bianco e nero lattiginoso, il piccolo Andrè (Jamel Debbouze, che molti ricorderanno come il garzone della frutteria sotto casa di Amélie in quel suo favoloso mondo), immigrato dalla vocazione alla bugia ed all’indebitamento, dopo essersi messo contro praticamente tutta la malavita cittadina, decide che è il momento di farla finita. L’uomo si arrampica sulla ringhiera di un ponte sulla Senna, sta per buttarsi, quando accanto a lui nota che c’è qualcuno che gli ha soffiato l’idea: bionda, statuaria, vestita di nero con un filo di perle, la ragazza si lancia di sotto. Andrè fa altrettanto per salvarla e riesce a portarla fuori dall’acqua. Da questo momento in poi il piccoletto viene coinvolto in una storia romantica e rivelatrice, foriera di piccole meraviglie che portano Angela (la modella/regista danese Rie Rasmussen) a rivelare la missione che ormai da qualche secolo porta avanti, prendendo per mano i suoi “compiti” e portandoli a capire quale sia la vera direzione che devono far prendere alla propria vita, ricercandola nell’unico posto possibile: dentro il cuore di ognuno.
Angel-A è un film impregnante che rimane addosso anche molto tempo dopo averlo visto. La capacità visiva di Besson trova sfogo in un sorta di iato giocato sulla diversa prestanza fisica dei due protagonisti, capace di rendere l’immagine di una coppia improbabile - metafora del diverso mondo da cui i due arrivano - con il metro ed ottanta della Rasmussen (che sullo schermo, arrampicata su tacchi vertiginosi, sembra ancora più imponente) e la modesta vigoria atletica di Debbouze. Manca l’action che caratterizza la carriera del regista francese, per solito straripante in tutti gli altri suoi film, ma non c’è certo da rimpiangerlo. Spettacolo elegante e piuttosto intimo, Angela-A non può non far venire in mente che il personaggio della ragazza androgina e dalle gambe chilometriche sarebbe stato perfetto sul corpo di Milla Jovovic (ma forse per un regista dare il ruolo principale ad una ex moglie non è il massimo della deontologia professionale).

Secondo film attesissimo è V per Vendetta, diretto sì da James McTeigue (un esordiente dopo anni passati a fare l’assistente regista), ma è il nome degli sceneggiatori che in questo caso fa cartellone: Larry ed Andy Wachowski (i fratelli che hanno creato la trilogia di Matrix). Tratto da un romanzo grafico apparso nel 1981, poi interrotto ed alla fine completato nel 1989, la trama è ambientata in una Gran Bretagna dal regime totalitario guidato dal Cancelliere Adam Sutler (John Hurt). Londra diventa così una sorta di landa post bellica, controllata da squadre di punitori che fanno il bello ed il cattivo tempo sotto l’ombrello del regime. Evey (Natalie Portman) è una ragazza che ha dentro di sé - anche se ancora non lo sa - il germe della rivoluzione, che una sera viene salvata da un uomo mascherato se si fa chiamare V. Solitario e con l’animo del vendicatore, V è una figura decadente e romantica, estremamente colta, che ha deciso di immolare la propria esistenza sull’altare della liberazione dell’Inghilterra sottomessa. Apparendo in tv, V incita la popolazione alla rivolta dando loro appuntamento, a distanza di un anno, davanti al Parlamento il 5 novembre per una sorta di Guy Fawkes Day. In quella data, nel 1605, Guy Fawkes ed i suoi compagni - nonché i 36 barili di polvere da sparo che avevano piazzato sotto il Parlamento - vennero scoperti dal governo di Giorgio I e la cosiddetta “Congiura delle polveri” finì con l’impiccagione e lo squartamento dei responsabili. V ha così deciso di portare a termine la missione di Fawkes, facendo saltare il Parlamento e con esso tutto il sistema politico repressivo che li assoggetta, includendo anche Evey in avvenimenti che la porteranno ad aprire veramente gli occhi.
Divertente e per certi versi inquietante, V per vendetta si assesta su un genere cinematografico tutto suo, a metà tra il mega-fumetto (roba da Sin City) ed il thriller fantapolitico (come The Manchurian candidate) regalando la scena finale al Big Ben che fa così il trio con la Casa Bianca di Independence Day ed il Colosseo di The Core. La mano dei fratelli Wachowski è ovviamente ben definibile nelle evoluzioni delle scene d’azione, mentre Natalie Portman è qui riportata nelle vesti della discepola come lo è già stata in Léon. Sotto la maschera di V c’è un Hugo Weaving che non si vedrà mai.

La genesi di The producers – Una gaia commedia neonazista è decisamente delle più particolari: è nato come musical di Broadway col titolo di The producers – The new Mel Brooks Musical (12 Tony Award) tuttavia a sua volta fu tratto da un film di Brooks del ’68, The producers (da noi Per favore non toccate le vecchiette), che ha un Oscar in bacheca. Ora lo stesso regista dice: “Chissà che in futuro non diventi un cartone animato”, incapace così di separarsi da una delle sue creature più sgangherate e divertenti, efficacissima ancora a quasi quarant’anni dall’esordio.
È il 1959 ed il produttore Max Bialystock (Nathan Lane, attore raffinatissimo e monumento di Broadway), annaspando in guai finanziari e stroncature di critica, riceve la visita del ragioniere Leo Bloom (Matthew Broderick) la cui contabilità creativa partorisce un’idea geniale: per ripianare i fallimenti di Max ci vorrebbe… un fallimento! Inscenando uno spettacolo destinato a naufragare al botteghino, il produttore riuscirebbe a portarsi a casa la cifra del finanziamento ricevuto senza dover pagare i suoi finanziatori. Trovata così la peggiore commedia sulla piazza (“La primavera di Hitler – Un allegro gioco tra Adolf ed Eva a Berchesgarten”), elegia su Hitler scritta da Franz Liebkind (Will Ferrell); trovato il peggior regista, Roger DeBris (Gary Beach) con al seguito assistente gay, Carmen (Roger Bart), e staff in simil Village People; trovata la protagonista, la svedese/segretaria/telefonista Ulla (Uma Thurman), si va in scena ed è un successo clamoroso! Il musical è un delirio di cattivo gusto, irriverente e iperkitch, dove Hitler è gay che più non si può e tutto il Raich non può che seguirlo a ruota. Con un esercito di attempate ninfomani pronte al finanziamento, tanta musica e balletti, mantenendo l’impianto teatrale originario- ad ogni modo impossibile da smantellare – The producers, costellato di citazioni e luoghi comuni tanto cari al teatro, si diverte a prendersi in giro, facendosi godere per 125 minuti. E viene da chiedersi chissà cosa avrebbe detto Adolf se avesse potuto assistervi.

Doom è la trasposizione su grande schermo di una storia dal grilletto facile che ha spopolato tra il popolo dei giochi virtuali. Ambientato in un centro di ricerca dislocato su Marte, Olduvai, gli ultimi messaggi dei ricercatori ospiti della stazione parlavano di un teatro di avvenimenti inspiegabili. Così, armati di tutto punto, gli uomini della RRTS (Rapid Response Tactical Squad) si apprestano a fare la loro entrata nella postazione scientifica posta in quarantena per avere riposte certe sull’accaduto. Una volta lì la squadra si trova davanti uno scenario di devastazione ed orrore: la stazione è in mano a creature mostruose che fanno il bello ed il cattivo tempo, decisi ad attraversare il portale che li condurrebbe sulla Terra. A Sarge (The Rock) e Reaper (Karl Urban) il compito di impedirlo in una storia grossolana che ha il merito di far rimpiangere il videogame.
Di altro genere è La vita segreta delle parole di Isabel Coixet (La mia vita senza me). Ambientato su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare, una donna bisognosa di dimenticare il proprio passato, Hanna (Sarah Polley), arriva per curare le ferite di Josef (Tim Robbins), ustionato su gran parte del corpo e momentaneamente cieco da entrambi gli occhi. In un luogo insolito, solitario per propria natura, i due si conoscono, si mentono, si parlano affascinandosi l’un l’altro sondando così i recessi di un personale buio interiore che ha radici lontane, creando un legame che alla fine l’avrà vinta. Intorno a loro un cuoco spagnolo estroso (Javier Càmara), un’oca, una coppia gay, un direttore, un dottore ed un oceanografo che ha il compito di contare il numero delle onde che si infrangono sulla piattaforma (qualcosa come venticinque milioni, che alla fine del film si ha la sensazione di aver visto - e subito - ad una ad una).

E’ italiano Saddam, film di Max Chicco. La storia ruota intorno ad Antonio e Mauro, due uomini molto diversi tra loro, arruolati da una società di servizi che opera in Iraq. Ai due viene assegnato il compito di sorvegliare una cella al cui interno vi è un prigioniero di cui loro non conoscono l’identità. La stanchezza, le pressioni da parte dei superiori e del comando statunitense da cui dipendono, instillano in loro - soprattutto in Mauro - un’idea farneticante: e se dentro quelle quattro mura ci fosse rinchiuso niente di meno che Saddam Hussein?
Di casa nostra anche Forever blues per la regia di Franco Nero, con lo stesso regista e Paola Saluzzi, storia dell’incontro tra un jazzista ed un bambino quasi autistico che cambierà la vita ad entrambi.
Infine il ritorno di Sidney Lumet con Prova a incastrarmi – Find me guilty in un film francamente brutto. La storia è quella vera dell’italo-americano Giacomo “Jackie Dee” DiNorscio (Vin Diesel) e del processo che il malavitoso e tutto il suo clan, i Lucchese, subirono alla fine degli anni ’80. Durato 21 mesi, con 20 imputati ed altrettanti avvocati difensori, 76 capi d’accusa da dimostrare ed 8 giurati sostitutivi (previsti per il timore di corruzione), fu il più lungo della storia USA e si concluse con un verdetto clamoroso. Diesel fa il gigione imbolsito ed invecchiato come può, il ritmo è quello macchiettistico degli spaghetti&mandolino e manca totalmente il coinvolgimento che in storie di questo genere appartengono solo a Scorsese.

Nel week-end compreso tra il 10 ed il 12 marzo l’Italia alza la voce al box-office: Il mio miglior nemico di Carlo Verdone incassa quasi 5 milioni euro, scalzando così dalla vetta Notte prima degli esami che comunque tiene bene la seconda piazza. Terzo è Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro, davanti a Syriana (quarto) ed a The weather man – L’uomo delle previsioni (quinto). Il resto della classifica segna discese: Hostel (sesto), Proof – La prova (settimo), La terra (ottavo), The constant gardener – La cospirazione (nono) e Prime (decimo).

 

(r.digioia@momentosera.com)

Roma, 17 marzo 2006