Due i film molto attesi nel
weekend in sala. Partiamo da Angel-A
di Luc Besson,
un piccolo film del regista di Nikita
ed Il quinto
elemento. In una Parigi rarefatta, fotografata in un bianco e
nero lattiginoso, il piccolo Andrè (Jamel
Debbouze, che molti ricorderanno come il garzone della frutteria sotto
casa di Amélie in quel suo favoloso mondo), immigrato dalla vocazione alla
bugia ed all’indebitamento, dopo essersi messo contro praticamente tutta
la malavita cittadina, decide che è il momento di farla finita. L’uomo si
arrampica sulla ringhiera di un ponte sulla Senna, sta per buttarsi, quando
accanto a lui nota che c’è qualcuno che gli ha soffiato l’idea: bionda,
statuaria, vestita di nero con un filo di perle, la ragazza si lancia di
sotto. Andrè fa altrettanto per salvarla e riesce a portarla fuori
dall’acqua. Da questo momento in poi il piccoletto viene coinvolto in una
storia romantica e rivelatrice, foriera di piccole meraviglie che portano
Angela (la modella/regista danese Rie
Rasmussen) a rivelare la missione che ormai da qualche secolo porta
avanti, prendendo per mano i suoi “compiti” e portandoli a capire quale
sia la vera direzione che devono far prendere alla propria vita,
ricercandola nell’unico posto possibile: dentro il cuore di ognuno.
Angel-A è un film impregnante che
rimane addosso anche molto tempo dopo averlo visto. La capacità visiva di Besson
trova sfogo in un sorta di iato giocato sulla diversa prestanza fisica dei
due protagonisti, capace di rendere l’immagine di una coppia improbabile -
metafora del diverso mondo da cui i due arrivano - con il metro ed ottanta
della Rasmussen (che sullo
schermo, arrampicata su tacchi vertiginosi, sembra ancora più imponente) e
la modesta vigoria atletica di Debbouze.
Manca l’action che caratterizza la carriera del regista francese, per
solito straripante in tutti gli altri suoi film, ma non c’è certo da
rimpiangerlo. Spettacolo elegante e piuttosto intimo, Angela-A
non può non far venire in mente che il personaggio della ragazza
androgina e dalle gambe chilometriche sarebbe stato perfetto sul corpo di Milla
Jovovic (ma forse per un regista dare il ruolo principale ad una ex
moglie non è il massimo della deontologia professionale).
Secondo film attesissimo è V
per Vendetta, diretto sì da James
McTeigue (un esordiente dopo anni passati a fare l’assistente
regista), ma è il nome degli sceneggiatori che in questo caso fa
cartellone: Larry ed Andy Wachowski
(i fratelli che hanno creato la trilogia di Matrix). Tratto da un romanzo
grafico apparso nel 1981, poi interrotto ed alla fine completato nel 1989,
la trama è ambientata in una Gran Bretagna dal regime totalitario guidato
dal Cancelliere Adam Sutler (John
Hurt). Londra diventa così una sorta di landa post bellica, controllata
da squadre di punitori che fanno il bello ed il cattivo tempo sotto
l’ombrello del regime. Evey (Natalie
Portman) è una ragazza che ha dentro di sé - anche se ancora non lo sa
- il germe della rivoluzione, che una sera viene salvata da un uomo
mascherato se si fa chiamare V. Solitario e con l’animo del vendicatore, V
è una figura decadente e romantica, estremamente colta, che ha deciso di
immolare la propria esistenza sull’altare della liberazione
dell’Inghilterra sottomessa. Apparendo in tv, V incita la popolazione alla
rivolta dando loro appuntamento, a distanza di un anno, davanti al
Parlamento il 5 novembre per una sorta di Guy Fawkes Day. In quella data,
nel 1605, Guy Fawkes ed i suoi compagni - nonché i 36 barili di polvere da
sparo che avevano piazzato sotto il Parlamento - vennero scoperti dal
governo di Giorgio I e la cosiddetta “Congiura delle polveri” finì con
l’impiccagione e lo squartamento dei responsabili. V ha così deciso di
portare a termine la missione di Fawkes, facendo saltare il Parlamento e con
esso tutto il sistema politico repressivo che li assoggetta, includendo
anche Evey in avvenimenti che la porteranno ad aprire veramente gli occhi.
Divertente e per certi versi inquietante, V
per vendetta si assesta su un genere cinematografico tutto suo, a
metà tra il mega-fumetto (roba da Sin
City) ed il thriller fantapolitico (come The
Manchurian candidate) regalando la scena finale al Big Ben che fa
così il trio con la Casa Bianca di Independence
Day ed il Colosseo di The
Core. La mano dei fratelli Wachowski
è ovviamente ben definibile nelle evoluzioni delle scene d’azione, mentre
Natalie Portman è qui riportata
nelle vesti della discepola come lo è già stata in Léon. Sotto la maschera di V c’è
un Hugo Weaving che non si vedrà
mai.
La genesi di The producers – Una gaia commedia neonazista
è decisamente delle più particolari: è nato come musical di Broadway
col titolo di The
producers – The new Mel Brooks Musical (12 Tony Award) tuttavia
a sua volta fu tratto da un film di Brooks
del ’68, The
producers (da noi Per
favore non toccate le vecchiette), che ha un Oscar in bacheca.
Ora lo stesso regista dice: “Chissà che in futuro non diventi un cartone
animato”, incapace così di separarsi da una delle sue creature più
sgangherate e divertenti, efficacissima ancora a quasi quarant’anni
dall’esordio.
È il 1959 ed il produttore Max Bialystock (Nathan
Lane, attore raffinatissimo e monumento di Broadway), annaspando in guai
finanziari e stroncature di critica, riceve la visita del ragioniere Leo
Bloom (Matthew Broderick) la cui
contabilità creativa partorisce un’idea geniale: per ripianare i
fallimenti di Max ci vorrebbe… un fallimento! Inscenando uno spettacolo
destinato a naufragare al botteghino, il produttore riuscirebbe a portarsi a
casa la cifra del finanziamento ricevuto senza dover pagare i suoi
finanziatori. Trovata così la peggiore commedia sulla piazza (“La
primavera di Hitler – Un allegro gioco tra Adolf ed Eva a Berchesgarten”),
elegia su Hitler scritta da Franz Liebkind (Will
Ferrell); trovato il peggior regista, Roger DeBris (Gary
Beach) con al seguito assistente gay, Carmen (Roger
Bart), e staff in simil Village People; trovata la protagonista, la
svedese/segretaria/telefonista Ulla (Uma
Thurman), si va in scena ed è un successo clamoroso! Il musical è un
delirio di cattivo gusto, irriverente e iperkitch, dove Hitler è gay che più
non si può e tutto il Raich non può che seguirlo a ruota. Con un esercito
di attempate ninfomani pronte al finanziamento, tanta musica e balletti,
mantenendo l’impianto teatrale originario- ad ogni modo impossibile da
smantellare – The
producers, costellato di citazioni e luoghi comuni tanto cari al
teatro, si diverte a prendersi in giro, facendosi godere per 125 minuti. E
viene da chiedersi chissà cosa avrebbe detto Adolf se avesse potuto
assistervi.
Doom è la trasposizione su grande
schermo di una storia dal grilletto facile che ha spopolato tra il popolo
dei giochi virtuali. Ambientato in un centro di ricerca dislocato su Marte,
Olduvai, gli ultimi messaggi dei ricercatori ospiti della stazione parlavano
di un teatro di avvenimenti inspiegabili. Così, armati di tutto punto, gli
uomini della RRTS (Rapid Response Tactical Squad) si apprestano a fare la
loro entrata nella postazione scientifica posta in quarantena per avere
riposte certe sull’accaduto. Una volta lì la squadra si trova davanti uno
scenario di devastazione ed orrore: la stazione è in mano a creature
mostruose che fanno il bello ed il cattivo tempo, decisi ad attraversare il
portale che li condurrebbe sulla Terra. A Sarge (The
Rock) e Reaper (Karl Urban)
il compito di impedirlo in una storia grossolana che ha il merito di far
rimpiangere il videogame.
Di altro genere è La
vita segreta delle parole di Isabel
Coixet (La
mia vita senza me). Ambientato su una piattaforma petrolifera in
mezzo al mare, una donna bisognosa di dimenticare il proprio passato, Hanna
(Sarah Polley), arriva per curare le ferite di Josef (Tim Robbins), ustionato su gran parte del corpo e momentaneamente
cieco da entrambi gli occhi. In un luogo insolito, solitario per propria
natura, i due si conoscono, si mentono, si parlano affascinandosi l’un
l’altro sondando così i recessi di un personale buio interiore che ha
radici lontane, creando un legame che alla fine l’avrà vinta. Intorno a
loro un cuoco spagnolo estroso (Javier
Càmara), un’oca, una coppia gay, un direttore, un dottore ed un
oceanografo che ha il compito di contare il numero delle onde che si
infrangono sulla piattaforma (qualcosa come venticinque milioni, che alla
fine del film si ha la sensazione di aver visto - e subito - ad una ad una).
E’ italiano Saddam, film di Max
Chicco. La storia ruota intorno ad Antonio e Mauro, due uomini molto
diversi tra loro, arruolati da una società di servizi che opera in Iraq. Ai
due viene assegnato il compito di sorvegliare una cella al cui interno vi è
un prigioniero di cui loro non conoscono l’identità. La stanchezza, le
pressioni da parte dei superiori e del comando statunitense da cui
dipendono, instillano in loro - soprattutto in Mauro - un’idea
farneticante: e se dentro quelle quattro mura ci fosse rinchiuso niente di
meno che Saddam Hussein?
Di casa nostra anche Forever
blues per la regia di Franco
Nero, con lo stesso regista e Paola
Saluzzi, storia dell’incontro tra un jazzista ed un bambino quasi
autistico che cambierà la vita ad entrambi.
Infine il ritorno di Sidney Lumet
con Prova a incastrarmi – Find me guilty in
un film francamente brutto. La storia è quella vera dell’italo-americano
Giacomo “Jackie Dee” DiNorscio (Vin
Diesel) e del processo che il malavitoso e tutto il suo clan, i Lucchese,
subirono alla fine degli anni ’80. Durato 21 mesi, con 20 imputati ed
altrettanti avvocati difensori, 76 capi d’accusa da dimostrare ed 8
giurati sostitutivi (previsti per il timore di corruzione), fu il più lungo
della storia USA e si concluse con un verdetto clamoroso. Diesel fa il gigione imbolsito ed invecchiato come può, il ritmo è
quello macchiettistico degli spaghetti&mandolino e manca totalmente il
coinvolgimento che in storie di questo genere appartengono solo a Scorsese.
Nel week-end compreso tra il
10 ed il 12 marzo l’Italia alza la voce al box-office: Il mio miglior nemico di Carlo
Verdone incassa quasi 5 milioni euro, scalzando così dalla vetta Notte
prima degli esami che comunque tiene bene la seconda piazza.
Terzo è Wallace
& Gromit: La maledizione del coniglio mannaro, davanti a Syriana
(quarto) ed a The
weather man – L’uomo delle previsioni (quinto). Il resto
della classifica segna discese: Hostel (sesto), Proof
– La prova (settimo), La
terra (ottavo), The
constant gardener – La cospirazione (nono) e Prime
(decimo).
(r.digioia@momentosera.com)