Ci sono voluti anni per
convincere Sharon Stone a
riappropriarsi dello sguardo gelido della romanziera assassina (o non lo
era?) di Basic
Instinct e girare il seguito di quello che ormai è un cult.
Peccato che in questo caso repetita iuvant non funziona affatto, e la
cinquantenne più affascinante del pianeta diviene il fulcro di un progetto
senz’anima e di una storia rabberciata in un modo approssimativo
(prendetelo per un complimento, l’unico che siamo in grado di fare in
questo caso al regista Michael
Caton-Jones ed agli sceneggiatori Leora
Barish e Henry Bean).
Abbandonata San Francisco, la scrittrice di successo Catherine Tramell vive
e lavora a Londra senza perdere il vizietto di farsi coinvolgere in
storielle più o meno sordide. Finita fuori strada con un campione di calcio
che rimane intrappolato nell’auto che affonda nel Tamigi, Catherine è di
nuovo sulle prime pagine dei giornali. Incaricato del caso, l’ispettore di
Scotland Yard Washburn (David Thewlis) affida al Dottor Michael Glass (David Morrisey), uno stimato psichiatra criminologo con una
brillante carriera, il compito di effettuare una perizia sulla donna.
L’occasione è di quelle che non si possono lasciar sfuggire. Così
Catherine finisce nuovamente per giocare al gatto col topo - iniziando la
stesura dell’ennesimo romanzo che sarà nelle librerie da lì a poco -
narcotizzando il senso di responsabilità del sempre più sbalestrato Dottor
Glass, coinvolgendolo in una rovente relazione dapprima solo promessa, poi
vissuta fino in fondo, facendo attirare addosso all’uomo anche la
riprovazione della collega nonché mentore Dottoressa Milena Gardosh (Charlotte
Rampling). Nel braccio di ferro psicologico che ne consegue, Catherine e
Michael ingaggeranno una lotta che ben presto sarà accompagnata anche da
qualche cadavere di troppo.
Attenti a non farsi risucchiare nei buchi neri di una sceneggiatura che alla
fine diventa pure ridicola (alcune scene sono da parodia, manco si stesse
girando un episodio de La
pallottola spuntata), dove ad ognuno viene messa in bocca una
propria versione della verità che cozza con tutto quello che fino ad allora
si è visto, Basic
Instinct 2 è davvero poco più di un’operazione commerciale.
Se nel primo capitolo l’effetto era sì torbido ma comunque capace di una
digressione psicanalitica di livello, qui invece manca l’effetto sorpresa
(ormai sappiamo chi sia la Tramell, cosa le piaccia e a cosa miri) e tutto
si sgonfia velocemente. Ma non manca solo la sorpresa: manca Michael
Douglas (Morrisey ha
l’espressività e la fisicità di un manichino Brooks Brothers), manca
un’atmosfera capace di slegarsi dai rapporti sessuali pseudo-violenti,
manca lo scavallamento di gambe da antologia, manca il senso della misura ed
il rispetto anche per chi guarda (la scena finale nel manicomio giura
vendetta). C’è solo una Sharon
Stone conturbante ed ingioiellata Chopard, nonché Charlotte
Rampling capace di un surplus di magnetismo nello sguardo.
Sarah Jessica Parker e Mattew
McConaughey giocano a fare Doris
Day e Rock Hudson (o
qualunque altra coppia da romanticheria su grande schermo vi possa venire in
mente) in A
casa con i suoi, una schermaglia amorosa che sul campo lascerà
l’inevitabile vittima: la “singletudine”. Figlio coccolato e viziato,
ancora ben ancorato nella casa dei genitori nonostante abbia decisamente
passato da un pezzo l’età, Tripp (McConaughey)
fa di tutto per mandare a monte ogni relazione che inizia ad avere una
velatura di serietà. La sua tecnica - consolidata e che funziona come un
meccanismo ben oleato - è quella di portare la fanciulla in casa alla fine
di una bellissima serata, ammagliarla con fare elegante e poi metterla
dinnanzi all’evidenza: mamma Sue (Kathy
Bates) e papà Al (Terry Bradshaw)
stanno riposando nella camera accanto. Qualunque indipendente ragazzotta,
magari vicina alla trentina, con un orologio biologico che ticchetta come il
Big Ben e che già si vedeva accasata e con un bel marmocchio intorno (ma
non uno di 35 anni), se la dà a gambe. Ed allora i genitori di Tripp
decidono che la questione va fatta affrontare ad una professionista che
risponde al nome di Paula (Sarah
Jessica Parker), una che si guadagna da vivere responsabilizzando i vari
bambinoni che non hanno intenzione di crescere, dando loro fiducia e
convincendoli che devono spiccare il volo, lasciando così il nido.
Coadiuvata dall’amica Kit (Zooey Deschanel), Paula riesce ad entrare nelle grazie non solo di
Tripp, ma anche in quelle dei suoi due inseparabili amici, Ace e Demo (Justin
Bartha e Bradley Cooper), mossa indispensabile all’accettazione finale.
Quando però c’è l’amore di mezzo i piani sono difficili da portare a
termine, così Paula finisce per perdere l’aplomb professionale, sbandando
vistosamente, mentre Tripp scopre (o almeno così pensa) il perché
dell’interesse della donna mandando a monte la nascente relazione tra i
due. Il tutto finisce con i due che si lasciano e che non si rivedranno mai
più!
Ma che c’avete creduto davvero? Tranquilli, l’happy end è più happy
del solito, per una storia che è vero che è costruita su un pretesto che
perde subito di spessore - ennesima variazione sul tema dell’About
a boy con la sindrome da Peter-Pan - tuttavia A casa con i suoi non ha pretese di
filosofia e questo è un punto a suo favore. La coppia McConaughey/Parker funziona
a dovere (lui è l’uomo più sexy del mondo secondo “People”, lei è
in continua ascesa da quando porta a spasso le Manolo Blahnik su e giù per
Manhattan nella serie “Sex and the City”), duettando e duellando con
mestiere, ma aguzzate bene la vista: Zooey
Deschanel, decisamente una da tenere d’occhio, riesce a rubare la
scena alla più blasonata collega.
Continuiamo con un trittico di
titoli diversi tra loro. È un dramma velato di noir Due volte lei di Dominik
Moll. Ispirato ad atmosfere hitchcockiane - molto più di quello che lo
stesso regista dichiara - film d’apertura del Concorso 2005 a Cannes, la
trama si avvia con un incipit interessante, con la giovane coppia formata da
Alain e Benédicte (Laurent Lucas e Charlotte
Gainsbourg) che una sera invita a cena il capo di lui con la moglie,
Richard e Alice Pollock (André
Dussolier e Charlotte Rapling).
Naufragata la cena per colpa delle intemperanza etiliche della signora
Pollock, il ritrovamento del cadavere di un lemming nello scarico del
lavandino scatena una serie di eventi che portano al suicidio di Alice in
casa di Alain e Benédicte e ad uno sdoppiamento di personalità di quest’ultima
(nonché del film, che regge 30 minuti, il tempo di gustare una Rampling
destabilizzata che scompare troppo presto).
È un documentario italiano Il
fantasma di Corleone - dove il fantasma del titolo è Bernardo
Provenzano, l’introvabile capo di Cosa Nostra - atto d’accusa del
regista Marco Amenta, che insinua un dubbio con ricostruzioni ed interviste
alle forze dell’ordine e ai magistrati: che il fantasma non è stato
ancora trovato perchè semplicemente non lo si vuole trovare.
Mentre è di difficile collocazione Il
grande silenzio di Philip
Groning, regista tedesco che dopo la prima richiesta (avanzata la
bellezza di 21 anni fa) riesce ad avere solo nell’estate del 2002 il
permesso da parte di frati della Grande Chartreuse di filmare la loro vita,
contemplandone la quotidianità meditativa ed il silenzio che li avvolge. Più
di due ore e mezzo di durata per raccontare, con la quasi totale assenza di
parole, la vita di questi uomini che hanno deciso di vivere nella povertà e
nella preghiera, regalando allo spettatore solo i suoni della loro operosità
di tutti giorno.
Altri due i film yankee della
settimana. Partiamo da Solo
2 ore di Richard Donner con un Bruce
Willis in decadenza che non perde il vizio di salvare qualcosa o
qualcuno. Stavolta i panni sono quelli di Jack Mosely, un poliziotto con i
postumi di una sbornia perenne, che alle 8:02 di una bella mattina riceve il
compito di scortare verso il tribunale attraverso 16 isolati (il titolo
originale è 16
blocks) tale Eddie Bunker (Mos
Def), un piccolo criminale con un’incontinenza verbale a tratti
esilarante. Tuttavia quella mattina Jack non sa che è finito nel bel mezzo
di una trama che ha un finale già scritto: Eddie deve morire prima di
arrivare dinnanzi alla Corte, dove deve testimoniare contro il corpo dei
colleghi di Jack, essendo stati quest’ultimi visti da Eddie mentre
compivano gesti durante il servizio che non sono proprio sul manuale della
polizia americana. Così i due, un criminale chiacchierone ed un poliziotto
semi-ubriaco e pure zoppo, sono sotto il fuoco di fila dell’ispettore
degli omicidi Frank Nugent (David
Morse) e di tutta la sua clack, intrappolati in quei 16 isolati che li
dividono dal tribunale, dove però devono arrivare entro le 10:00. Giocando
sulla classica domanda da action-movie poliziesco (chi controlla il
controllore?), farcito di umanità ed ironia in egual misura, Solo
2 ore non è proprio il film più riuscito di Donner,
ma è capace di essere coerente fino alla fine, divertendo molto nelle scene
in cui Def parla a ruota libera
(anche se a noi viene da pensare che in quel ruolo il titolare ufficiale è
uno come Chris Rock).
Batte bandiera a stelle e
strisce anche Roll
Bounce, ambientato nell’estate del 1978, dove un giovane
pattinatore che risponde al nome di Xavier Smith (Bow
Wow) si vede chiudere all’improvviso il proprio angolo di paradiso: il
Palisades Gardens, la pista nella periferia di Chicago dove scorazza felice
insieme a tutto il suo gruppo fatto di amici su rotelle. Persa la mamma, con
una sorellina spiona ed un padre che non riesce a trovare un lavoro adatto a
lui, Xavier ha nel pattinaggio la sola via per sentirsi felice, legato ad un
paio di pattini che cadono a pezzi ma che non si cambiano perché regalo
della madre. Col Palisades Gardens chiuso ai ragazzi non resta che trovare
un altro posto dove sfogare la propria creatività fatta di acrobazie mista
a danza, così approdano allo Sweetwater Roller, il regno di Sweetness (Wesley Jonathan), monarca indiscusso della pista frequentata da
ragazzi ricchi. Stimolato ed anche umiliato dai modi di Sweetness e dal suo
poker di cicisbei fluttuanti, a Xavier ed ai suoi amici non resta che
dimostrare il proprio valore puntando alla vittoria dell’annuale “Roller
Jam Skate-Off”. Luci stroboscopiche e pantaloni a zampa d’elefante,
tanto black power e un omaggio a Malcom X che sbuca inatteso, il tutto in un
film gradevole che vive di una strepitosa colonna sonora: tra i tanti brani
ve ne sono di Donna Summer, Johnny “Guitar” Watson, Chaka
Khan, The Commodores, Chic,
Earth, Wind & Fire.
Le uscite della settimana
contano anche di altri tre titoli: l’avventura Disney di 8 amici da salvare con Paul
Walker, storia di due esploratori che partono alla volta
dell’Antartico alla caccia di un meteorite schiantatosi nella zona, ma che
quando vengono sorpresi da una anomala ondata di freddo saranno costretti a
lasciare i loro cani ed attendere il soccorso da parte di una spedizione di
cui fa parte un reporter del National Geographic; Fuoco
su di me, pastrocchio dell’italiano Lamberto
Lambertini ambientato nella Napoli del 1815, durante gli ultimi mesi di
regno di Gioacchino Murat, con un giovane (Massimiliano
Varrese) che torna dalla Francia richiamato dall’amatissimo nonno (uno
spaesato Omar Sharif) che è
impegnato nella stesura del suo “Diario Napoletano”; infine Factotum
con Matt Dillon nel ruolo di
Henry Chinaski - alter ego dello scrittore Charles Bukowski - autore di
storie che nessuno pubblica ed a cui interessano solo le donne, l’alcool
ed i cavalli (nel cast anche Marisa Tomei).
Nemmeno Il caimano riesce a schiodare Il
mio miglior nemico dalla vetta della classifica degli incassi nel
week-end compreso tra il 24 ed il 26 marzo: Verdone
è davanti a Moretti per 2.1
milioni contro 2. Nella classifica “degli altri” La
pantera rosa (terzo) la spunta su Final
destination 3 (quarto), mandando così giù tutto il gruppo degli
inseguitori: Notte
prima degli esami (quinto), V
per Vendetta (sesto), Wallace & Gromit: La maledizione del
coniglio mannaro (settimo), Doom
(ottavo), Syriana (nono) e Crash
– Contatto fisico (decimo).
(r.digioia@momentosera.com)